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Egitto: pericolo sull'aumento del livello del mare |
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mercoledì 03 marzo 2010 |
Lo scenario migliore per il 2025 è quello di un aumento del livello del mare di 50 centimetri, quello peggiore di un metro: nel primo caso si calcola che si perderebbero 195 mila posti di lavoro e due milioni di persone dovrebbero cercarsi una sistemazione altrove, nel secondo a dovere
allontanarsi sarebbero in sei milioni.
Si parla del delta del Nilo, una delle zone più popolose dell’Egitto, dove si concentra il 95% dell’agricoltura del Paese. I dati sono quelli di riferimento per gli studi della Banca Mondiale, che già lavora a progetti per far fronte agli effetti del cambiamento climatico sulle infrastrutture. «Ma nessuno ancora ha cominciato a prendere in esame la questione del “displacement”, cioè di quella popolazione che sarà costretta a migrare», sottolinea Angela Santucci, che dall’ufficio dell’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) del Cairo sta curando un nuovo progetto su questo tema, appena finanziato con 200 mila dollari dalla stessa organizzazione. Una delle prime conseguenze che il graduale rialzo delle acque marine ha sulle terre più prossime alla costa è la salinizzazione di quelle irrigue, che le rende non più utilizzabili per l’agricoltura. L’effetto immediato è dunque quello della perdita di posti di lavoro: un dramma per i lavoratori agricoli e le loro famiglie, se non si offre loro una sistemazione alternativa. Ma la questione è di non facile soluzione, visto che le fertili terre del Nilo si sono fortemente ridotte dopo la costruzione della diga di Assuan.
È dunque per non farsi trovare impreparate di fronte ad una prospettiva sempre più vicina che le autorità egiziano stanno prestando molta attenzione al progetto pilota dell’Oim. Un progetto cui sono interessati vari enti, primi fra tutti due ministeri egiziani - quelli dell’Ambiente e delle Risorse umane e migrazioni - e le Nazioni Unite, tramite l’Undp (United Nation Development Program) in particolare. Il progetto è solo all’inizio, spiega ancora Angela Santucci, ma le questioni che si dovranno affrontare sono molte. A cominciare da come far crescere la consapevolezza degli abitanti del delta sul problema del cambiamento climatico, con tutto quello che comporterà per loro: dalla necessità di essere pronti alle emergenze (e qui entra in campo la scelta del migliore sistema di allerta per la popolazione, siano gli sms o le trasmissioni radio) fino alla formazione vocazionale per aiutare i lavoratori a trovare un’occupazione alternativa. Ma il principale interrogativo rimane il «dove»: dove, cioè, potranno o dovranno migrare, i lavoratori e le loro famiglie, se e quando le cose si metteranno davvero male?
Non certo al Cairo, megalopoli ormai non più in grado di sostenere nuovi fenomeni di urbanizzazione. «Gli scenari sono diversi ed è su questo che lo studio si dovrà concentrare», conclude la rappresentante Iom. Scenari che vanno dall’emigrazione stagionale verso i Paesi del Golfo a quella permanente verso altri Paesi - con l’Italia già al terzo posto come meta di emigrazione, dopo Usa e Canada. Ma la sfida per l’Egitto è trovare nuovi progetti di «resettlement» e nuove terre da ripopolare, anche alla luce di progetti - come quello di Toshka, in Alto Egitto - che non sembrano avere ottenuto, ricorda, i risultati sperati. (Shippingonline.ilsecoloxix.it)
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